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La Città dei Sovrani

Di nuovo l’oscurità. Il nulla assoluto aveva divorato qualsiasi cosa. Poi delle immagini, come lampi nel buio: i campi, le montagne, casa sua, sua madre… Aila. Giornate intere passate all’aria aperta, faticose ma serene. Poi di nuovo il buio e le urla della sua gente. Un altro lampo e il fuoco divampa intorno a lui. Il villaggio in fiamme, i soldati che rapiscono le donne e uccidono i suoi genitori; le sue mani sporche di sangue e l’ascia di suo padre a terra lì davanti. Infine di nuovo l’oscurità inghiotte tutto, solo Aila, lontana da lui, che viene inghiottita dalle tenebre.

  «Aiutami, Adler!» Le sue grida rimbombano nel vuoto.

  «Resisti, sto arrivando!» La sua mano che si protende verso di lei ma troppo tardi. Poi la disperazione nella sua voce e l’oscurità che la inghiotte in un baleno.

  «Aila!» Il buio si solidificò e s’infranse come vetro nero; lentamente comparve l’interno di una caverna. Al centro, il fuoco scoppiettava allegro, riscaldando l’ambiente. Si toccò la fronte, era madida di sudore e lui era sdraiato su un giaciglio fatto di pelliccia.

  «Finalmente! Stavo per seppellirti.» La voce del Fantasma rimbalzò contro le pareti, rimbombando come un temporale in lontananza. «Non credevo che ti saresti addormentato così pesantemente. Sembravi morto.»

  «Dove siamo?» Grugnì il barbaro.

  «In una caverna nascosta, non molto lontano dalla strada principale che conduce alla città», rispose il Fantasma. «Dopo l’incontro con la strega siamo scesi verso valle ma alla fine hai ceduto e ti ho dovuto portare in spalla fin qui. Una bella impresa, devo dire. Anche per me.»

  Ancora un po’ frastornato, Adler si alzò lentamente e si diresse all’imbocco della caverna. Il bianco immacolato e innevato della cima montuosa aveva lasciato posto alla brulla e arida terra della pianura. Una distesa marrone e desolata si stagliava davanti a lui, come un tappeto sporco e sgradevole alla vista. Alcuni alberi rinsecchiti tentavano di rimanere in piedi, un po’ sparsi ovunque. Le terre a sud della Schiena di Drago erano un luogo decisamente orribile, a causa dello sfruttamento intensivo che il re esigeva costantemente dai suoi lacchè.

  In quel luogo, la gente veniva sfruttata senza sosta e costretta alla schiavitù per poter soddisfare le assurde richieste che provenivano dal palazzo reale. Non solo a livello agricolo ma anche minerario. Ai piedi delle montagne, infatti, giacimenti di metalli e pietre preziose erano un tempo stracolmi d’oro, argento, ma anche gemme e cristalli di una bellezza e una qualità che non si trovava da nessun’altra parte. Rubini e smeraldi risiedevano nel sottosuolo in abbondanza, ma anche ametista, ossidiana, quarzi di vario genere, meno preziosi ma ricercatissimi dai maghi e dagli stregoni della zona.

  La città dei Sovrani ha sempre vissuto nella ricchezza grazie allo sfruttamento di queste miniere e, prima della venuta dell’ultimo sovrano, i lavori di estrazione venivano gestiti con criterio e  parsimonia, per evitare la distruzione di un intero territorio. Cosa che non avveniva più, da quando l’ultimo despota si era insediato praticamente a forza sul trono della città.

  «Com’è cambiato questo posto dall’ultima volta che lo visitai», disse il barbaro, appoggiandosi alla parete della caverna.

  «È la prima volta che percorro questi luoghi», pronunciò il Fantasma «di sicuro ne saprai più di me.»

  Adler fece un passo avanti, facendosi riscaldare dal sole già alto nel cielo.

  «La leggenda dice che la catena montuosa non è altro che i resti di un enorme drago, vissuto all’alba dei tempi e che morendo di vecchiaia, proprio qui, divise il territorio in due grandi regioni che noi chiamiamo rispettivamente “Terre del Nord” e Terre del Sud”. Le popolazioni che già erano presenti e che si trovarono il territorio diviso in due parti, si evolsero in modo diverso in base alla zona in cui vivevano poiché, con la sua morte, il drago donò alla terra diverse materie organiche provenienti dal suo corpo in decomposizione.»

  Adler si fermò un istante, poi guardò il Fantasma negli occhi, come a chiedergli se quello che stava dicendo gli interessasse.

  «Continua, ti sto ascoltando», disse quest’ultimo, interessato al racconto.

  «Le Terre del Nord» continuò Adler, dopo aver raccolto le idee «vennero impregnate del sangue e dei fluidi del drago, divenendo fertili e ricche di vegetazione. La fauna e le popolazioni che risiedevano in quella zona prosperarono dei doni che la natura offriva loro. Gli uomini impararono a coltivare la terra e allevare animali per il loro sostentamento. Invece le Terre del Sud ebbero in dono le parti più dure ma anche più preziose della bestia, diventando luoghi di grandi ricchezze. Le popolazioni ai piedi delle montagne divennero estremamente ricche e, nonostante il territorio non fosse fertile come quello del nord, furono sempre in grado di acquistare ciò di cui avevano bisogno dalle popolazioni limitrofe. Per questo nacquero grandi città e grandi imperi, come la città dei Sovrani, dove da secoli il potere viene gestito dalle persone più ricche del continente.»

  «Chi ti ha raccontato questa leggenda?» Chiese il Fantasma dopo essersi affacciato a sua volta all’ingresso della caverna. Il suo pallore quasi brillava sotto la luce del sole.

  Adler sorrise malinconico. Da tempo non ricordava quella storia.

  «Questa era la fiaba che tutte le sere mia madre raccontava a me e a mia sorella. Non so cosa possa esserci di vero. Però è una bella storia.»

  «Lo penso anch’io», concordò il Fantasma, tornando anche lui indietro con la memoria.

  «Anche a te raccontavano storie, da bambino?» chiese Adler, notando lo sguardo assorto del suo compagno di viaggio.

  Il Fantasma sorrise leggermente. «No, mai. Ma ci fu un tempo in cui le raccontavo io…» non riuscì a terminare la frase.

  Adler rimase in silenzio per un istante. Poi riprese: «Adesso che ci penso, la leggenda parla anche di un’altra cosa. Una cosa che potrebbe fare al caso nostro.»

  «Sarebbe?» Chiese incuriosito il Fantasma.

  «Prima di morire, il drago creò un’arma, utilizzando un frammento del suo cuore e il calore delle sue fiamme. Quest’arma sarebbe in grado di resistere a qualsiasi cosa le venga posta contro, oltre a controllare alcune forze della natura. Non so però dirti quali.»

  «Questa parte mi sembra tanto esagerata, amico mio», disse il Fantasma, grattandosi il mento. «E dove sarebbe quest’arma? Dove l’avrebbe nascosta?»

  «Si dice che, per evitare che la sua sofferenza si prolungasse oltre, il drago se la conficcò in un occhio, per darsi il colpo di grazia.»

  «Tipo strano questo drago», ghignò il Fantasma. «Quindi, stando alla leggenda, l’arma dovrebbe trovarsi nel teschio della bestia.»

  «Penso di sì», grugnì il barbaro.

  «E dove si troverebbe questo teschio?»

  «Il drago era diretto nelle terre del sole nascente, quando decise di fermarsi e scendere a terra.»

  «Ammesso che sia vero, è lunga come strada.»

  «Sì, non hai tutti i torti», ammise Adler. «E il tempo non è dalla nostra parte, specialmente con il re che adesso possiede la mia ascia.»

  «È davvero così potente?»

  «È solo l’arma di un dio, nulla di più», rispose il barbaro, sarcastico. «Se dovesse cadere nelle mani sbagliate potrebbe causare una catastrofe.»

  «Maledizione!» Inveì il Fantasma. Il suo volto si rabbuiò di colpo.

  «Qualche ripensamento?»

  «No, solo che la cosa non mi è nuova», rispose il Fantasma, guardandosi le lame incatenate che si portava appresso.

  «Sarebbe comunque un bell’aiuto, come arma, nel caso in cui non riuscissi a recuperare la mia», disse pensieroso Adler.

  «Basta con le fiabe, adesso», tagliò infine corto, tornando alla realtà, «dobbiamo partire. Abbiamo perso già troppo tempo.»

  «Sì, hai ragione. Muoviamoci.»

  Adler fece un lungo fischio e da lontano apparvero i due lupi gemelli, che corsero verso di loro. Il barbaro si chinò e accarezzò affettuosamente le loro teste.

  «Li hai addestrati bene», ghignò divertito il Fantasma, rimanendo però a debita distanza.

  «Non li ho addestrati. Non sono cani.»

  «Allora, come fanno a ubbidirti?»

  «Sanno che ho bisogno di loro e hanno deciso di aiutarmi. Sono miei amici. Tutto qui.»

I due lupi guairono di gioia al sentire le sue parole. Infine si misero davanti e fecero strada ai due guerrieri.

Il sole stava calando sulla linea dell’orizzonte. Le ombre delle case si allungavano lentamente sulle strade della città. Alcune lanterne iniziarono ad accendersi sui tavoli da pranzo nelle cucine, l’ora di cena si stava avvicinando e la gente cominciava a rincasare, dopo una lunga giornata di lavoro.

  In un vicolo buio nella periferia, vicino alle mura difensive della città, due figure ammantate stavano trafficando loschi affari, sicuri che nessuno li potesse osservare o sentire.

  «Hai trovato ciò che ti ho chiesto?» Domandò la prima sagoma. Era una voce femminile quella che usciva flebile dal cappuccio. Un mantello scuro e senza segni di riconoscimento avvolgeva una corporatura esile e slanciata.

  «Ho faticato più del previsto per riuscire a recuperarla. Non è un posto per tutti. Però alla fine ci sono riuscito», rispose la seconda figura. La sua corporatura era più massiccia e il mantello riusciva a stento ad arrivargli alle ginocchia. Mani guantate tenevano un oggetto avvolto in un pezzo sgualcito di pelle. «Naturalmente il prezzo è aumentato. Spero non sia un problema per te.»

  «Avrai quello che ti meriti, non temere.»

  La figura più grossa ghignò e quello stesso sorriso quasi trionfante rimase stampato sul suo volto, mentre la sua grossa testa cadde improvvisamente, rotolando per terra, preceduta da un lieve bagliore che balenò come una piccola saetta proveniente dall’esile figura. Il corpo mutilato si accasciò come un enorme sacco vuoto, svuotato interamente da quell’atteggiamento tronfio che aveva avuto poco prima.

  La figura snella si accovacciò sul cadavere, dopo aver rimesso nel fodero la spada e raccolse il fagotto che si trovava ancora fra le mani del bandito.

  «Spero che la ricompensa sia stata di tuo gradimento.»

  Dopo aver nascosto i resti del corpo, essa svanì tra le ombre del crepuscolo. Nessuno la vide sgattaiolare tra le viette della città, se non magari qualche gatto randagio intento a procurarsi la cena. Infine si arrampicò sulle mura difensive, in un punto coperto dall’ombra di una delle torri di guardia e svanì attraverso l’oscurità, silenziosa come un gatto fantasma.

Splendente come un diamante, la luna si era appena alzata nel cielo, quando i due viandanti, preceduti dai lupi gemelli, raggiunsero la strada principale che portava alla città dei Sovrani.

  «Ci manca poco per arrivare alle mura. Se vogliamo entrare non dobbiamo dare nell’occhio.»

  Il Fantasma si girò verso Adler. «Possiamo evitare questa parte noiosa ed entrare alla vecchia maniera, sbudellando chiunque ci capiti davanti?»

  Adler sorrise all’idea. «Per quanto sia allettante la tua proposta, preferisco non far sapere che stiamo arrivando. Sicuramente ci stanno aspettando, perciò non voglio rendergli le cose facili. Oltretutto la luna non ci aiuta per nulla in questo momento.»

  «Hai qualche proposta intelligente?»

  «Passeremo da sotto.»

  Non vorrai per caso…»

  «Sul lato occidentale delle mura si trova un canale di scolo delle acque che provengono dall’interno della città. Passeremo da lì.»

  «Avrei preferito farmi ingoiare da un ciclope», grugnì il Fantasma.

  «Ciclope?» Chiese perplesso Adler.

  «Un gigante con un occhio solo. Roba che si trova dalle mie parti», rispose il Fantasma.

  «La prossima volta, magari. Così me lo presenti.»

  «Va bene, vada per le fogne», grugnì frustrato il Fantasma «sento già il puzzo nelle narici.»

  «Vedrai che non ci vorrà molto. Ci basterà arrivare sotto le mura, togliere la grata di ferro che chiude il passaggio e il gioco è fatto. Una volta usciti dal canale, passeremo accostandoci al perimetro delle mura e in un batter d’occhio saremo a palazzo.»

  «Se lo dici tu» disse rassegnato il Fantasma.

  «Ti vedo poco convinto.»

  «Io sarei entrato dalla porta principale.»

  Adler sorrise.

  D’un tratto Freki alzò le orecchie e si fermò di colpo. Geri lo seguì a ruota.

  «Aspetta!» Sibilò Adler, sfoderando la scure, i sensi all’erta.

  «Arriva qualcuno», disse il Fantasma, mettendo mano alle sue lame.

  Da lontano una figura incappucciata si dirigeva verso di loro. Il volto coperto e difficilmente visibile non permetteva loro di capire chi fosse. Freki e Geri abbassarono la testa, poi con uno scatto improvviso si lanciarono come saette sullo straniero. Adler non riuscì a fermare in tempo le due fiere e queste balzarono all’unisono sul malcapitato. Quello che però successe subito dopo spiazzò i due guerrieri: i due lupi guaivano come di euforia, trattenendo l’individuo a terra e infilando i musi nel cappuccio.

  Adler si precipitò verso il corpo steso a terra, allontanando i due gemelli che continuavano a fare le feste come due cuccioli eccitati. Nell’avvicinarsi al corpo, il suo cuore perse un battito, vedendo due occhi di un azzurro intenso riflettere al bagliore lunare.

  «Non pensavo di ricevere un’accoglienza così calorosa.»

  Dopo un secondo d’incredulità, Adler si mise a ridere sguaiatamente e con la forza del suo solo braccio rimise in piedi la figura incappucciata. Nel frattempo anche il Fantasma si era avvicinato. «Che sta succedendo? Chi è questo?»

  «Smettila di ridere così o sveglierai tutta la città!» disse una voce femminile sotto il cappuccio.

  Adler cercò di ricomporsi, ma si sentiva troppo euforico per smettere del tutto. «Scusa, hai ragione.»

  «Allora?» Chiese spazientito il Fantasma.

  Adler si voltò verso di lui. «Fantasma, voglio presentarti Sayuri delle Terre dell’Est.»

  La ragazza si scoprì il volto, mostrando un grosso sorriso divertito. «Lieta di conoscerti, Fantasma.»