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La Città dei Sovrani

  In quel breve istante il tempo si fermò: tutto perse forma, tutto divenne oscurità. Rimase solamente il senso di incredulità e di sconforto. No, non era possibile! Non poteva essere come sembrava. Aila! La sorella perduta. Aila, l’unica ragione che lo aveva tenuto in vita fino a quell’istante. L’unico collegamento con il suo, no, il loro passato. L’unica persona rimasta della sua famiglia, della sua tribù era lì davanti, che rideva e si beffava di lui. No, non poteva essere vero!

  I ricordi della sua infanzia viaggiavano alla velocità dei sogni, tornavano indietro nel tempo, come lampi a ciel sereno. La loro casa, i campi fra le montagne. Momenti di gioia passati insieme, lui e lei, con la madre sempre sorridente. I giochi, il lavoro nei campi, le corse nei boschi. Poi il fatidico giorno; i soldati, le razzie e le donne rapite. Aila! Il suo rapimento e la scomparsa della madre. Le risa dello stregone, il combattimento senza tregua contro i soldati per liberare la sorella e poi il buio, il silenzio. Tutto in una frazione di secondo, lungo una vita.

  «Aila! Sei proprio tu?» La voce di Adler si sentiva appena.

  «Aila… ho già sentito questo nome», rispose la strega, il dito che tamburellava sulle labbra, quasi sembrasse ricordare. Poi, quella risata infernale proruppe di nuovo dall’oscurità della notte, come una tetra ombra che avvolgeva le anime e i pensieri. «Aila non c’è più, caro il mio barbaro. È morta tanto tempo fa.»

  Il sogno! L’incubo che aveva fatto l’altra notte. Possibile che fosse in realtà una premonizione, qualcosa che si era verificata davvero? Eppure c’era anche lui, era presente nel sogno. Il ricordo in cui tentava di salvarla era nitido e chiaro nella sua memoria. Che fosse il suo spirito che, sentendo il richiamo della sorella, aveva tentato di salvarla nell’istante prima che le forze dell’oscurità la prendessero?

  Adler si accorse di non riuscire a muovere un muscolo e un senso d’impotenza e frustrazione s’impadronirono completamente di lui. Anche il Fantasma era bloccato, stretto in una morsa invisibile che solo lui poteva sentire, stretta che bloccava anche i due lupi gemelli, i quali rimasero sdraiati a terra, immobili, per la prima volta impauriti da qualcosa.

  La strega si avvicinò lentamente al guerriero, un sorriso malizioso ornava il suo volto appuntito. «Ora ci sono io: Lorelei, gran Sacerdotessa di Hela!»

  «Che cosa ti hanno fatto?» La voce di Adler era fioca e senza forza, un leggero bisbiglio che si disperdeva nella brezza notturna. Le forze lo stavano abbandonando, come se qualcosa stesse risucchiando la sua linfa vitale.

  «Che cosa? Mi hanno resa una donna forte e indipendente, mio caro fratello!» l’esile mano della ragazza sfiorò il volto sporco di sangue e terra dell’irsuto guerriero. «Ora sei in mio potere. La mia voce ti renderà inerme fintanto che io lo vorrò.»

  Quanto aveva ragione! Nonostante la sua forza sovrumana, Adler non riusciva a liberarsi da quella morsa invisibile ma estremamente potente. Quella voce sottile e penetrante era come il laccio magico che teneva incatenato il Fenrir del mito, il possente lupo, figlio del dio Loki.

  Adler non riusciva più a pensare razionalmente. La sua volontà si stava disperdendo nel vuoto, come se una nebbia fitta e scura gli ottenebrasse ogni suo senso. La sensazione di oblio era quasi piacevole.

  «Lasciami andare.» Fu solo un sussurro poco convinto ad uscire dalla bocca del barbaro dai capelli corvini. Infine le ginocchia cedettero ed egli cadde su di esse, le possenti braccia penzolavano senza vita.

  «Ora tu verrai con me, senza fare resistenza», pronunciò la strega.

  «Ti prego, torna in te…» il buio nella mente di Adler era sempre più fitto.

  Nel tentativo di sottomettere il barbaro, però, la donna non si accorse di aver spostato e concentrato le sue energie solo su di lui. Così facendo, il suo compagno d’armi riuscì a liberarsi dalla morsa psichica.

  Uno schiocco metallico, uno spostamento d’aria e in una frazione di tempo la megera venne avvolta da una lunga catena, la stessa che poco prima saettava fra le piante e che aveva creato caos e terrore fra gli armigeri. Ma qualcosa era cambiato: essa infatti non era più incandescente e avvolta dalle fiamme ma brillava di un’aurea purpurea, quasi spettrale. Al posto delle lame fiammeggianti comparvero due enormi uncini che, portandosi dietro le spire della catena, si agganciarono infine fra di loro, bloccando ogni movimento della donna.

  «Ti consiglio di liberare il mio compare da qualsiasi stregoneria tu gli stia facendo, altrimenti strapperò la tua anima dal corpo con i miei uncini.» La voce del Fantasma non ammetteva obiezioni, mentre tendeva le catene con le sue poderose braccia. Il suo sguardo si accese di una luce ultraterrena, come se un’entità a lui superiore lo stesse governando.

  La strega si voltò verso di lui e l’influsso della sua voce perse forza sulla volontà di Adler, il quale iniziò a ridestarsi lentamente dal torpore. Poi sorrise al suo nuovo avversario.

  «Le tue armi sono degne di nota, Signore della guerra. Potrei dire “divine”.»

  «Non tentare la sorte con me, strega! Non esiste divinità che possa sfuggire alla mia collera!» Il Fantasma aumentò la stretta delle catene sulla donna. «Nemmeno lo stesso Hades è sfuggito a queste catene. Ti consiglio di tornare dal tuo padrone, se non vuoi fare la stessa fine del dio dei morti.»

  «Hades!» Sghignazzò Lorelei. «Il tuo dio dei morti non può competere con la mia signora degli inferi. Le tue divinità hanno raggiunto il crepuscolo prima del previsto, grazie a te. Non erano poi così potenti come pensavano.» Il potere della strega si disperse. «Mi hai incuriosito, Fantasma e per il momento vi lascerò liberi.» Le catene caddero a terra e la strega assunse la forma di uno stormo di corvi neri che s’innalzarono verso il cielo. «Vi attendo al palazzo della città dei Sovrani. So che verrete a cercarmi. Non fatemi aspettare troppo a lungo!»

  Una stridula risata riempì il bosco, per poi dissolversi pochi istanti dopo. Da dietro le nubi fece timidamente capolino il disco lunare e le stelle comparvero poco per volta, rischiarando l’oscurità.

  La linfa vitale riprese a scorrere prepotente nelle vene del barbaro e i suoi occhi tornarono a brillare della loro luce scarlatta. Si rimise in piedi lentamente e si guardò intorno, come uscito da un sonno lunghissimo. «Cosa mi è successo? Dove sono?»

  «Sei tornato dal mondo degli spiriti. Siamo ancora nel bosco», gli rispose il suo pallido compare.

  «C’era una donna», disse Adler.

  «Non te la sei sognata.»

  «Era Aila! Mia sorella. Dov’è andata?»

  «È tornata dal suo padrone. Non sono riuscito a trattenerla.»

  La tenacia di Adler gli permise di recuperare un po’ le forze, anche se ancora barcollava.

  «Devo andare a salvarla!» Ringhiò l’irsuto guerriero.

  «Prima dobbiamo trovare un posto dove nasconderci e riposare. È stata una notte intensa e l’alba sta per sorgere.»

  Il Fantasma aiutò Adler a camminare, tenendolo da sotto un braccio.

  «Sei bello pesante, uomo orso. Non è ora di dimagrire un po’?»

  «Aspetta», grugnì Adler. «Devo recuperare la mia ascia e il mio scudo.»

  Adler si voltò verso il punto dove aveva fatto cadere le sue armi, ma a terra si trovava solo lo scudo. Lo prese e lo mise dietro la schiena, come faceva di solito. Poi si mise a cercare la sua arma. «Dov’è finita? Non può essere caduta lontana.»

  Il Fantasma scrutò fra gli arbusti ma non trovò nulla. «Sembra sparita nel nulla. Com’è possibile?»

  «È stata Aila. Se l’è portata via, ne sono sicuro», grugnì il guerriero.

  «Sono sicuro che ne troverai un’altra adatta a te», disse il Fantasma. «Adesso andiamocene, non possiamo stare qui.»

Le mani di Adler si serrarono a pugno, talmente forte che le nocche divennero bianche. «Quell’arma non deve cadere nelle mani sbagliate.»

  «Non mi dirai che anche quella…»

  «Era di mio padre, Tyr», grugnì Adler.

  Il Fantasma scosse la testa. «Il tuo dio della guerra. Andiamo bene.»

  «Se ad Alia venisse in mente di usarla, sarebbe un guaio.»

Il Fantasma stette un attimo a riflettere. Infine sfilò dal fodero la sua scure e gliela porse. «Tieni. Per il momento usa questa. Ti aiuterò a recuperare la tua arma. Però adesso dobbiamo muoverci.»

  Adler prese in mano la scure e guardò negli occhi il suo compare. «Non la perderò.»

  «Non devi neanche provarci», sghignazzò il Fantasma. «E anche se volessi non ci riusciresti. Ha il potere di tornare da sola da colui che la maneggia.»

  «Come il…» tentò di dire Adler ma venne subito interrotto dal Fantasma. «Più o meno, solo che non sprigiona fulmini.»

  Adler si mise la scure dietro lo scudo. Infine si rivolse al suo compare. «Mi ricorderò del tuo gesto e mi sdebiterò.»

  «Lasciami la testa del re e siamo pari», disse il Fantasma. I suoi occhi si accesero di una luce intensa.

  Adler allungò la mano verso di lui. «Affare fatto.»

  I due si strinsero la mano e suggellarono il patto. Poi il Fantasma aiutò il suo compare a uscire dal bosco.

  Freki e Geri, nel frattempo, si erano ripresi dalla morsa che li bloccava a terra. Guardarono i due uomini che si allontanavano lentamente e, ancora un poco tremolanti e abbattuti, li seguirono fuori dal bosco.

  «Ti avevo detto di tornare insieme a quei due bifolchi!» La voce del sovrano rimbombava nella vuota e oscura sala del trono. «Perché non sono con te?»

  «Mio signore», rispose suadente la strega, inginocchiata al cospetto del suo padrone «i due ospiti non tarderanno ad arrivare. Ho fatto in modo che non avessero tentennamenti o dubbi. Ora il loro unico scopo è quello di venire qui, soprattutto il barbaro. Vuole salvare la sorella e niente e nessuno potrà fermarlo, adesso.»

  «Bene. Molto bene», ghignò l’uomo. «E per quanto riguarda la sua arma?»

  La donna mosse una mano e l’ascia bipenne di Adler apparve sul lato destro del trono. «Eccola, mio signore, come avevate chiesto.»

  Il sovrano si alzò e la impugnò saldamente, evidentemente soddisfatto. Il suo peso era notevole, la sua energia sembrava a malapena contenuta nel suo involucro fisico. «Eccellente! Ora che abbiamo l’ascia di Tyr possiamo iniziare a preparare il necessario per il rituale, in attesa dell’arrivo dei nostri ospiti.»

  «Convocherò l’Ordine degli Stregoni di Odino, affinché preparino il necessario», sussurrò la donna, alzandosi e guardando in volto il suo sovrano. Una leggera brezza s’insinuò nella sala e i due corvi di Lorelei comparvero dall’oscurità, per poi appoggiarsi sulle sue spalle.

  La donna bisbigliò alcune parole ai pennuti i quali, gracchiando rumorosamente, si dileguarono l’uno nella direzione opposta dell’altro, scomparendo nel buio.

  «Avvisa anche le sentinelle di raddoppiare la sorveglianza.» Tuonò il sovrano. «Non voglio che quei due entrino senza essere visti. Fate in modo di catturarli vivi e di portarli nelle prigioni, in attesa del loro momento.»

  «Come desiderate, mio signore», rispose la strega, porgendo un altro inchino.

  «Vai, dunque e non deludermi.»

  La donna si disperse nell’aria, come piume nere rapite dal vento e scomparve del tutto. Il sovrano tornò a sedersi sul suo trono di ametista, sorridendo e pregustando ciò che il destino gli stava riservando.

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