AnnalisaRacconti

ANNALISA

Nonostante la pioggia avesse rallentato un po’ il suo battito sulla tela dell’ombrello, non aveva però intenzione di smettere. Ormai erano le 7 di sera, il buio dominava l’intero paese.
La ragazza del pullman mi cinse il braccio col suo per ripararsi meglio dall’acqua che incessantemente cadeva.
“E’ da stamattina che non mangio e devo aspettare che mi vengano a prendere per tornare a casa.” Disse lei.
“Ah… sì… capisco” bofonchiai. Poi però qualcosa scattò in me e una certa baldanza prese il sopravvento.
“Perciò ti rechi al bar col primo sconosciuto che incontri per una cioccolata.”
“Che diavolo stai facendo?” Chiesi alla mia coscienza.
“Prendo in mano la situazione, pivello. Altrimenti te ne andrai a casa a mani vuote.”
“Sono in grado di cavarmela da solo.”
Come no… si è visto…”
La ragazza si strinse leggermente più forte a me. “Di solito non faccio cose simili, ma mi sei sembrato una persona a modo, nonostante il tuo parlare senza motivo… Chissà perché non ti ritengo un ragazzo pericoloso.”
“E a me non era mai capitata una situazione simile. Non è che mi devo aspettare qualche brutto tiro, che so, dal tuo ragazzo che magari in questo momento ti aspetta al bar?”
Un sorriso divertito si stampò sulle labbra di lei. “Quindi presumi che sia io tra i due quella pericolosa?”
“E dai, piantala!”
“Ma stai andando alla grande!” disse la voce nella mia testa. “Lasciami fare.”
“Chi lo può dire. Ti conosco solo da venti minuti.”
“Venti minuti dove non hai ancora detto come ti chiami, nonostante te lo abbia chiesto.”
Arrivammo al bar ed entrammo. A quell’ora non c’era nessuno all’infuori della ragazza dietro al bancone. La salutai, dato che la conoscevo e ci sedemmo ad un tavolo. Ordinammo due cioccolate con panna e continuammo la conversazione.
“Che hai intenzione di fare adesso?”
“Quello che non hai fatto prima; chiederle come si chiama.”
“E va bene. fai come ti pare, tanto ormai stai facendo tutto tu.”
“Prima di dirti il mio nome” dissi, “vorrei che mi dicessi il tuo.”
“Perché mai dovrei?” Domandò lei.
“Così almeno sono sicuro che non hai brutte intenzioni.”
“D’un tratto sei passato da timido a temerario. Te lo ha suggerito lui?”
“Lui chi?” Domandai.
“Quello con cui stavi parlando sul pullman. Non dirmi che parlavi da solo con nessuno. Qualcuno doveva pur ascoltarti.”
“Ahia, ci ha pizzicati.” Disse la coscienza.
“Ora cosa facciamo, genio delle conquiste?”
“Fai tu, io mi mangio la cioccolata, altrimenti si raffredda.”
“Farabutto!”
Girai il cucchiaino nella tazza, cercando di trovare le parole. Quel vigliacco mi aveva messo seriamente in difficoltà.
“Ehm… in effetti…”
“Non vorrai spifferarle tutto? Passerai per un toccato di mente.”
“Taci!”
“Allora?” Chiese lei.
“Ecco… parlavo con… insomma… la mia coscienza.”
“Adesso siamo nella merda.” Disse la voce.
“Davvero? E che cosa ti ha detto la tua coscienza?” Domandò la ragazza.
“In che guaio ci hai cacciato?”
“La vuoi piantare? Continua a mangiarti la cioccolata e non rompere!”
“Se te lo dicessi non mi crederesti…”
“Mettimi alla prova.” disse lei mentre mi fissava negli occhi tenendo in mano il cucchiaino.
“Tanto vale che glielo dici. Non è scema come te.”
“Parlavo con la mia coscienza!” Dissi infine con tono deciso. “La quale mi stava suggerendo di provarci con te.”
Sento l’ennesima figura di merda incendiarmi il volto, mentre abbassai lo sguardo verso la tazza fumante.
“La tua coscienza… ne hai una?”
“Sì… e non immagini quanto rompe…”
“grazie per il complimento” disse la voce.
Gli occhi di lei si illuminarono e un sorriso quasi angelico le comparve dal nulla su quel viso meraviglioso.”
“Sei il primo che conosco che parla con la sua coscienza. Mi chiamo Annalisa. Piacere di conoscerti.”
“Io sono Roberto. Il piacere è mio.”