Mitologia

Mitologia: la conoscenza degli antichi (undicesima puntata)

Mitologia Egizia

Thoth

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In questa puntata conosceremo una delle divinità più importanti del Pantheon Egizio. Perciò sedetevi comodi e lasciate che vi racconti.

Il tre volte Grande

Thoth è il dio portatore di equilibrio e di saggi consigli. Viene rappresentato con la testa d’ibis ed è una divinità molto particolare.

Esso viene associato alla luna, poiché il becco arcuato dell’ibis assomiglia a una falce lunare e anche perché fu proprio lui, come abbiamo visto all’inizio di questa rubrica nella prima puntata, a creare il calendario di 365 giorni, battendo Khonsu, il dio lunare, nel gioco del senet, prendendo una parte dei suoi poteri di misuratore del tempo (lo troviamo infatti molte volte raffigurato con una falce di luna sulla testa).

Thoth veniva venerato specialmente nella città di Khnum, dove si diceva che fosse un dio persino più grande dello stesso Ra, in quanto questi era nato da un uovo deposto da Thoth nell’oceano primordiale.

Thoth avrebbe dunque creato il mondo intero grazie al suono della sua voce e, nell’armonia della sua canzone, sarebbero nati anche gli dèi dell’Ogdoade di Hermopolis, cioè le otto divinità che venivano venerate nella città che i greci dedicarono al dio Hermes, così come l’Enneade era invece venerata a Heliopolis.

I saggi greci stabilirono una sorta di connessione tra Helios e Ra, entrambe divinità solari, perciò chiamarono in tal modo il regno del dio sole. Allo stesso modo si comportarono con Thoth ed Hemres, entrambi divinità della conoscenza e della medicina, i quali si fusero creando la leggendaria figura di Hermes Trismegisto, il tre volte grande, epiteto che fino a quel momento apparteneva al dio ibis.

Moglie di Thoth era Seshat, dea della storia e della scrittura, che lo aiutava a prendersi cura dell’immensa biblioteca degli dèi, la quale conteneva tutto lo scibile sulla terra e sui cieli mentre, nelle profondità del Duat (oltretomba), la sua sposa era Maat, dea legata alla giustizia e all’ordine cosmico. Non per nulla era nelle sue sale, chiamate Maaty, che Thoth, aiutato da Anubi, era chiamato a giudicare le anime dei morti servendosi di una bilancia: in un piatto veniva sistemato il cuore del defunto e nell’altro una candida piuma, rappresentazione di Maat.

Questo rituale viene descritto nel Libro dei Morti, che secondo alcune tradizioni sarebbe stato scritto proprio da Thoth, nel quale si racconta cosa avviene dopo la morte.

Le anime, secondo il testo, verrebbero accompagnate da Anubi nelle aule di Maat, dov’era situato il tribunale di Osiride. Qui il cuore del defunto veniva messo sulla bilancia, contrapposto dalla piuma di Maat e Thoth aveva il compito di trascrivere sulle sue tavole il peso esatto, mentre l’anima recitava una confessione dettagliata di fronte ai giudici capeggiati da Osiride, ammettendo di non aver compiuto azioni malvagie. Se l’anima era quella di una persona giusta e buona, il cuore non sarebbe stato più pesante della piuma della verità e avrebbe potuto recarsi nei felici campi Aaru, dove avrebbe incontrato di nuovo i propri cari. In caso contrario, il defunto sarebbe stato giudicato indegno e il suo cuore sarebbe finito in pasto alla spaventosa dea Ammit la Divoratrice, dalla testa di leone e coccodrillo e il corpo d’ippopotamo. Talvolta Thoth, durante le sue mansioni nel Duat, viene rappresentato come un babbuino, animale notturno dotato di una spiccata intelligenza.

Thoth e la scrittura

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Dio delle scienze, della medicina e a volte anche delle arti, viene ricordato soprattutto per la sua più famosa invenzione: la scrittura.

Platone ci dice come Theuth (un altro modo di chiamare Thoth) si fosse recato un giorno dal faraone Thamus, sottoponendogli orgogliosamente ciò che voleva insegnare a tutti gli uomini. Parlò dell’utilità dei numeri e dei calcoli, della geometria e dell’astronomia e infine di tutti i benefici che la scrittura avrebbe apportato al genere umano, dicendo che essa avrebbe accresciuto la sapienza e la facoltà di ricordare negli esseri umani.

Il faraone però non era d’accordo, obiettando che in quel modo gli egiziani avrebbero perduto la capacità di ricordare anziché accrescerla. Si sarebbero fidati di segni esterni invece di cercare la verità dentro di loro e sarebbero diventati portatori di opinioni, anziché sapienti.

Nonostante il parere negativo del faraone, gli egizi conservavano molte pergamene all’interno dei luoghi sacri e attribuivano gran parte dei testi al dio ibis.

Si parla anche di un mitico Libro di Thoth, che spesso viene citato ma che non è mai stato rinvenuto; vuole la leggenda che contenga potentissimi incantesimi in grado di trasformare chiunque in un’inarrestabile entità magica, capace di sovrastare persino gli stessi dèi.

Il Libro di Thoth

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Un papiro demotico ci racconta la storia di questo libro.

Preoccupato di aver scritto un libro troppo pericoloso per il genere umano, Thoth decise di nasconderlo in un baule contenuto in una serie di altri bauli chiusi con molte serrature, alcuni dei quali vennero riempiti di velenosissimi serpenti; venne poi gettato nel Nilo dove affondò, portando con sé i propri segreti.

Il principe Neferkaptah però lo ritrovò e riuscì ad aprirne tutti i lucchetti, disfandosi poi dei pericolosi rettili guardiani. Divenne così il possessore del libro che avrebbe potuto offrirgli il potere di dominare il mondo.

Thoth, adirato per l’accaduto, gettò una maledizione sul principe e ben presto la moglie e il figlio del principe si ammalarono e morirono.

Disperato, il principe si accorse che nemmeno tutto il potere di questo mondo sarebbe stato in grado di restituirgli la felicità, perciò si suicidò e venne mummificato e sepolto insieme al libro.

Molto tempo dopo, il figlio di Ramesse II, chiamato Setne Khamwas, riuscì a introdursi furtivamente nella tomba di Neferkaptah e trafugò il libro, nonostante l’anima dell’antico faraone gli dicesse di non farlo, e fuggì, desideroso di apprenderne gli oscuri segreti.

Tornato in città, Setne si trovò al centro delle attenzioni di una donna bellissima, tale da non riuscire a resisterle e cadde vittima del suo fascino, compiendo tutte le orribili nefandezze che la donna gli sussurrò all’orecchio. Quando Setne riuscì finalmente a liberarsi dal suo dominio, si accorse di aver ucciso i suoi adorati figli e di aver pubblicamente offeso pubblicamente il faraone, il quale aveva dato l’ordine di scovarlo e ucciderlo.

Setne pianse amaramente anche se ormai era troppo tardi; i soldati del faraone stavano arrivando e la colpa era di quel libro e della sua maledizione.

In quel momento, Setne aprì gli occhi ancora annebbiati dalle lacrime e si accorse di non trovarsi più in città, bensì nella tomba di Neferkaptah, dove tutto aveva avuto inizio. La mummia del faraone era in piedi davanti a lui e con tono solenne gli disse di rendergli il libro, altrimenti la visione che aveva appena avuto si sarebbe avverata. La conoscenza di Thoth non era fatta per gli uomini ma solo per gli dèi.

Setne pianse di gioia e subito restituì il libro, felice che ciò che aveva visto non era mai avvenuto.

L’antico faraone allora gli raccontò la sua storia, chiedendo a Setne di trovare le spoglie dei suoi famigliari morti, affinché potessero riposare tutti insieme per l’eternità. Così Setne, per ringraziarlo di averlo messo in guardia, recuperò le spoglie della moglie e del figlio di Neferkaptah  e li sistemò nella sua tomba, dove sarebbero rimasti a custodire il libro per sempre.

Anche i testi di Hermes Trismegisto fecero parlare molto di sé, soprattutto durante il Rinascimento. La dottrina ermetica, che tratta di argomenti filosofici, alchemici, astrologici e occulti, prende il nome proprio dalla figura che i greci crearono a partire da Thoth. La mitica Tavola di Smeraldo sarebbe stata scritta proprio da lui, utilizzando la punta di un diamante su una lastra smeraldina, attorno alla quale s’intrecciano svariate leggende, alcune delle quali hanno a che fare con i personaggi del calibro di Alessandro il Grande, Apollonio di Tiana e persino il biblico Abramo.

I Racconti dei Maghi

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Patrono della scrittura, consigliere di Ra nel mondo dei vivi e di Osiride in quello dei defunti, a Thoth vengono attribuiti numerosi testi occulti circondati da un alone di leggenda. Il suo compito era quello di preservare l’ordine e l’equilibrio e non solo i posteri, ma persino gli antichi egizi, cercavano di riscoprire il suo immenso sapere riservato solo a pochi eletti.

Nel papiro di Westcar, conosciuto come I Racconti dei Maghi, viene narrata la storia del faraone Khufu (Cheope, il costruttore della piramide di Giza), alla disperata ricerca del tempio nascosto di Thoth, dal quale avrebbe voluto recuperare la conoscenza per creare una piramide imperitura. Egli chiamò a raccolta i suoi tre figli e chiese loro di indagare sulla magia e sui misteriosi personaggi in grado di praticarla, dopodiché li convocò nuovamente a palazzo per rendere conto delle scoperte.

Kepher fu il primo a parlare e raccontò di un grande stregone il quale, innamorato della moglie di un nobile, decise di togliere di mezzo il marito con un incantesimo. Gli fece portare dalla moglie una statuetta di cera rappresentante un coccodrillo, nella stanza del nobile e quando fu il momento giusto, questa prese vita e si trasformò in un vero coccodrillo inferocito. La bestia si avventò sul malcapitato, divorandolo.

Le gesta del mago però non ebbero l’effetto sperato, poiché i vicini si accorsero dell’accaduto e accusarono la vedova di adulterio e di aver pianificato la morte del marito. Così la uccisero e sparsero le sue ceneri nel fiume.

Bau-ef-Ra fu il secondo a raccontare: un tempo il faraone Snerfu era molto annoiato e perciò chiese al suo sacerdote di corte di organizzare qualcosa per divertirlo. Questi radunò delle bellissime fanciulle e le invitò su una barca assieme al faraone. Durante la traversata, però, una delle ragazze perse il proprio gioiello più prezioso nel Nilo e cominciò a piangere, disperata. Allora il faraone compì un grande prodigio, aprendo le acque del Nilo e facendo in modo di recuperare il gioiello smarrito.

L’ultimo a Parlare fu Hor-de-Def, il quale disse di conoscere le vicende di uno stregone, ancora vivo, chiamato Djedi, capace di riattaccare la testa agli animali, di domare le bestie più feroci e di fare altri prodigi, tutto questo grazie al fatto di aver trovato il tempio di Thoth.

Finalmente Khufu, sentendo una storia di suo gradimento, decise di convocare a palazzo il misterioso Djedi, sperando di farsi rivelare il suo segreto. Il mago però, non volle riferirgli l’ubicazione delle camere segrete del dio ibis, nelle quali erano raccolti i suoi preziosi tomi di sapienza, assieme ai progetti per costruire una piramide perfetta. Il mago affermò che tale sapere era destinato al figlio primogenito di Reddjedet, la moglie del sacerdote di Ra, poiché diverrà un grande re di una nuova dinastia giusta e amata dal popolo.

Khufu non prese bene questa profezia e la donna fu quindi costretta a fuggire per non incorrere nelle ire del faraone, ma Ra mandò Iside, Nefti e Khnum a prendersi cura di lei, aiutandola a partorire in segreto tre gemelli.

Sotto mentite spoglie, gli dèi apparvero alla donna e benedissero i tre bambini e prima di andarsene lasciarono a Reddjedet un sacco pieno di grano. La madre si prese cura dei suoi figli e inizialmente dimenticò il dono: fu la sua ancella che, qualche anno dopo, aprì il sacco e scoprì, nascoste tra i chicchi di grano, tre corone. Da questo segno capirono che i tre pargoli erano destinati a governare l’Egitto.

L’idillio però terminò un giorno dove l’ancella litigò con la padrona e se ne andò, promettendo che avrebbe rivelato tutto al faraone, compreso il luogo dove si trovavano i tre neonati.

Reddjedet attese angosciata l’arrivo delle guardie, ma la crudele ancella non arrivò mai a destinazione: mentre si dirigeva verso il palazzo reale, si avvicinò al Nilo per prendere un po’ d’acqua e un coccodrillo la divorò, salvando così i tre principi da un atroce destino.

Khufu ha la reputazione di essere stato un faraone severo e inflessibile, a tratti anche crudele e forse per questo la sua ricerca del tempio di Thoth non ebbe esiti positivi. Dopo di lui regnarono quelli che nella leggenda sono i figli della sacerdotessa di Ra: Userkaf, Sahure e Neferirkara Kakai, i primi tre faraoni della quinta dinastia, benedetti dagli dèi e amati dal popolo.

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La puntata finisce qui. La settimana prossima ci sposteremo a Sumer, giusto per non annoiarci troppo in uno stesso luogo. Vedremo alcuni racconti molto importanti della mitologia Sumera. Non mancate!

Se vi è piaciuta questa puntata e se volete saperne di più sulla mitologia egizia, lasciate un commento nell’apposito spazio.

Vi aspetto alla prossima puntata!

A cura di ©Roberto Marchesi

(Tutte le informazioni utilizzate per la stesura di questo articolo sono state estrapolate dalla raccolta di miti e leggende, scritta da Mila Fois).

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